Il presenzialista perfetto
06 gennaio 2007
- Di cosa parla, lei?
- Di niente, ma vi assicuro che ne sò parlare proprio bene. Resterete incantati.
- Ci prende in giro?
- No, assolutamente. Chi prende in giro racconta bugie, quello non sono io, dato che chi parla di nulla non può mentire.
- Allora perché si trova qui?
- Per divertirvi, con il suono della mia voce e con i movimenti delle mie mani.
- Ma se non dice nulla, presto il pubblico smetterà di seguirlo...
- Al contrario. Chi esprime pensieri ottiene si simpatie, ma soprattutto antipatie, che oltretutto rappresentano un sentimento più duraturo e forte rispetto alle prime.
- Quindi non dirà nulla...
- Proprio così. E la mia voce sarà apprezzata da tutti.
- Parla di niente, ma ne parla proprio bene - commento uno dei presenti - è esattamente quello che cercavamo per il nostro format, non trovate?
 
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Un solo ed unico suono
20 dicembre 2006

Un solo ed unico suono era quello che si poteva sentire. Bello o brutto che potesse essere, sempre un solo ed unico suono restava. I giorni del bel canto erano lontani, e qui c'era sempre molto da fare. Qualcuno osava pensare che ci fosse addirittura sempre troppo da fare. In ogni caso tutto era più semplice, dato che un solo ed unico suono era quello che si poteva sentire.

 
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Il Signor H
23 novembre 2006

Punti di vista.


- Buongiorno, desidera? - Chiese il barista al signore con cappello ed ombrello, entrato da pochi istanti nel bar, e già a ridosso del bancone.

- Vorrei un caffè, adesso. Fra un'oretta gradirei un frizzantino - disse - inoltre vorrei sedermi ad un tavolo vicino alla vetrata.

- Va bene - rispose un po incuriosito il barista.

- Un'ultima domanda, mi perdoni: la strada li fuori è molto frequentata, vero?

- E' una delle strade da passeggio principali della nostra città - rispose il barista scrutando l'interlocutore.

- Ottimo, è proprio quello che cercavo. Sa, io non sono di queste parti, ma ho deciso di fermarmi qui.

- In questa cittadina...

- Non solo, anche in questo locale, precisamente davanti a questa vetrata. Mi interessa molto guardare fuori.

Il signor H si sedette, scegliendo il tavolino che offrisse la migliore visuale sulla strada, posò ombrello e cappello sulla seconda sedia, "tanto non aspetto nessuno" pensò, e si mise a guardare i passanti.

- Ecco il suo caffè.

- Grazie. Passa molta vita da questa strada... No, non mi guardi in quel modo, la mia è un considerazione, non una domanda.

Dopo circa un'ora, durante la quale i due si ignorarono il barista chiese conferma per il frizzantino, ricevendo risposta affermativa.

- Prego, fresco ed appena stappato.

- Grazie. Mi perdoni, da che ora è possibile consumare il pranzo? - Il signor H guardò l'orologio, erano le 11,15 di mattino - sa, io sono abituato a pranzare alle 12,30.

Il barista osservo a lungo quel signore, seduto davanti alla vetrata, consumare ordinazioni e guardare fuori, sulla passeggiata. Poco prima dell' happy hour si alzo per andare in bagno, raccomandandosi che gli fosse conservato il tavolino, poi si rimise seduto, e da li partecipo all'happening preserale. Alla fine, il barista gli si avvicino per presentare il conto del pomeriggio. Quello del mattino, fino al pranzo lo aveva già riscosso.

- Signore, sono lieto che abbia apprezzato il nostro locale, e la ringrazio, ma voglio avvisarla che alle 20,00 chiudiamo.

- Posso farle una domanda?

- Mi dica.

- Lei è il titolare del bar? Mi perdoni l'ardire, ma mi servirebbe proprio parlare col titolare.

- Non capisco questa sua curiosità...

- Vede, io vorrei venire tutti i giorni qui, e vorrei sedermi sempre a questo tavolino. Se lei fosse il titolare le chiederei di affittarmelo, ad uso esclusivo. Potrei pagarle l'equivalente del suo guadagno medio per tavolino in consumazioni, delle quali potrei fruire o meno, ma in ogni caso le avrebbe pagate.

- Non capisco...

- Ma lei è il titolare?

- Siamo due soci - lo guardava per capire, lui e la sua insolita richiesta - lei mi chiede una cosa alquanto inusuale.

- Lo so.

- E poi, comunque sia, è difficile quantificare una cosa del genere.

- Sono disposto a pagare bene, in modo che lei sia sicuro di non perderci. Ci pensi.

- Devo parlare col mio socio, oggi è fuori città - rispose - torni domani, le daremo una risposta.

- Va bene, domani torno certamente. Le dispiace tenermi occupato questo tavolino?

Il giorno dopo il Signor H ottenne ciò che aveva richiesto, e cosi tutti i giorni a seguire visse li, a guardare fuori da dentro, a guardare dentro le anime da fuori, a guardare. Mise un segnaposto ben in vista, su quel tavolino, per giustificare la sua presenza: "Perdonatemi, ma questo tavolino è riservato: Io osservo il mondo da qui. Chiamatemi pure Signor H"

Quest'uomo seduto al tavolino, che consumava in quel modo i suoi giorni destava molta curiosità, tra gli avventori abitudinari e soprattutto fra quelli occasionali.

- Ma chi è?

- Non so... che sia un artista?

- E' sempre li. Che sia uno famoso?

- E' un artista, dai! Però... un artista strano.

- No. E' solo strano, solo un tipo strano.

- Ma perché sta sempre lì, a guardare fuori?

- Come ha scritto sul cartoncino, lui dice di guardare il mondo da lì.

- Ho capito, l'ha scritto. Ma è una cosa da pazzi, come se qualcuno di noi, ad esempio, osservasse il mondo sempre da uno stesso punto.

- Proprio vero, sarebbe una cosa da pazzi.

 
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Ma tu papi, lo guardi perché ti piace?
05 novembre 2006
- Papà, ma non si vede niente!
- Come, non vedi quel buco, fatto dalla bomba? Lì sono morte molte persone, c'erano anche genitori e bambini. Pochi secondi fa hanno fatto vedere un pezzo di un uomo, non si capiva neppure che parte fosse. Era fra le macerie. Avessi visto che scena...
- Non lo vedo, Papi, ma poi... ma che brutto. Ma tu Papi, lo guardi perché ti piace?
- Ma va, vai. Ma dai, cosa dici! Allora Taci, dai che è meglio – rispose nervosamente il padre - io mi informo, cosa credi. Che mi piaccia vedere queste cose? E poi, lascia che guardi io la TV, che è meglio. Tu, cosa vuoi capirne di politica?!
- Papà … ma sei stato tu a chiedermi di guardare.
- Vai, vai a leggere i giornaletti… che delle cose serie mi occupo io!
 
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Epilogo di un reality
18 ottobre 2006

Erano rimasti in sette, fra loro Mistico.


- Non è possibile continuare, la rete ci perde ogni giorno di più.

- Direttore, possiamo riprenderci - disse la conduttrice del reality in crisi di ascolti - abbiamo preparato sorprese clamorose.

- No. Basta, cara Flendi. Il reality come era stato pensato chiude.

- Si, ma io? I partecipanti?

- Lei si riposi, le farà bene... - il direttore, dottor Micheri, guardò la presentatrice negli occhi per alcuni secondi - per quanto riguarda i partecipanti, se ne sta occupando la redazione di "tutto&tutti". Manterremo una finestra in quella trasmissione, di dieci minuti al giorno, non di più, giusto per non dire di averlo chiuso completamente. Per il resto stop! Fine! Basta col programma costosissimo di partenza, se ne staranno là ad attendere la finestrella pomeridiana, senza farci spendere a vuoto.

- Ma quelli di tutto&tutti non sono in grado di condurre un...

- Flendi, lei non è stata in grado di condurre - Micheri si irrigidì - i telespettatori fuggono, lei non ha saputo dare verve, non è stata in grado di provocare una lite, dico una sola vera lite, ne fra i partecipanti ne tanto meno fra gli opinionisti.

- Il reality è già bello di suo.

- Ma cosa dice, fa schifo. La gente vuole la rissa, le liti, vuole personaggi portati all'estremo. E bello di suo, mi dice! Ma chi se ne frega. Se non fa ascolto non vale niente, l'audience è l'unico metro di valutazione. Il resto sono favole.

- Ma il programma di domani sera? Le nomination? Come facciamo?

- Carissima, il programma serale non esiste più, le nomination le ha fatte il pubblico: tutti a casa! Vada pure, da oggi è sollevata dalla conduzione, mandi il suo manager in amministrazione per sistemare il contratto.

- Ma gli autori sono riusciti a mettere contro Paola e Rosilla, sono riusciti a fare esternare Gigho...

- Non basta, bazzecole. Si aggiorni, dalle altre parti vengono alle mani, si querelano, fanno litigi clamorosi e spettacolari. Da noi nulla, sembriamo educande. E poi i partecipanti, ma come gli avete scelti? Non c'è nessuno di interessante, di vincente. Non c'è un vero fuori di testa, non c'è uno che sappia fare veramente la vittima o l'antipatico, non c'è un maleducato o un provocatore all'altezza, non c'è un'ignorante da prendere in giro, non c'è una ragazza che sappia mostrarsi come si deve... voglio dire, che sappia interessare il pubblico maschile. C'è solo della banalissima banalità...

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- Come sarebbe a dire, non facciamo più la puntata alla sera? - chiese nervosamente Rosilla allo staff.

- Ci sono ragioni che hanno portato a questa decisione... - Rispose Bersico, il presentatore al seguito dei concorrenti.

- Ci prendono in giro? Guardate che io divento una bestia - urlò il concorrente Zarco.

- Dovevi diventarlo prima - gli disse un cameramen sottovoce - forse salvavi gli ascolti.

- Gli ascolti? Per questo non facciamo il serale? Ma noi siamo qui a faticare, a fare il nostro dovere, siamo come artisti, noi, e questi ci chiudono il sipario?

- Davvero ci guardano in pochi? ma allora cosa stiamo a faticare, a parlare, addirittura a confessarci... se devo farlo voglio che siano in molti ad ascoltare - commento Paola - e tu, Mistico, non dici nulla?

- Dico che è colpa di Gigho, la gente non lo sopporta e quindi non ci guarda. Io voglio arrivare in fondo, voglio la mia chance. Mi spetta di diritto, che mandino via quello. Io resto, o faccio un casino. Denuncio la produzione, lo faccio.

- Mi sa tanto che è finita, Mistico - sentenziò sconsolata Rosilla.

- Finita un corno, io voglio andare in prime time, non al pomeriggio. Hanno iniziato il reality? Bene, adesso lo finiscano. Bersico, voglio parlare con la produzione.

- Lo sai che non è possibile, Mistico.

Gli occhi di Mistico e Zarco erano pieni di rabbia, e tradivano le troppe aspettative riposte nel gioco. In realtà tutti avevano dei sogni di gloria, era normale. Ognuno aveva un strategia: aggressiva, pacata, accusatoria, vittimistica, da super-eroe, ecc., ognuno di loro aveva studiato le parole e gli atteggiamenti, poi si erano via via affinati con l'aiuto degli autori del programma. Ma non era bastato.

- Non voglio tornare a casa in questo modo! - Era avvilito, Gigho.

Qualcuno di loro aveva abbandonato occasioni di lavoro per giocarsi la carta reality, quella che se va elimina attese e delusioni, e porta subito al successo mediatico. Qualcun' altro aveva litigato in famiglia per partecipare, convinto di tornarvi acclamato vincitore. Insomma, avevano speso il presente ed anche un po di futuro, avevano anche sognato, molto, ma ora qualcuno voleva portargli via tutto.

Paola, Rosilla, Gigho, Zarco, Mistico, Marina, Luigi: per questi era finita.

- Ditemi che non è vero, non possono segarci così - pensò ad alta voce Luigi.

- Ed i soldi, ce li danno i soldi?

- Devono darceli, Paola, altrimenti sai che casino... - Zarco pareva molto determinato.

I giorni seguenti furono una mestizia, le telecamere li seguivano meno, diciamo poco, e loro avevano perso la forza di combattere. Marina non partecipava, era assente.

- Marina, cos'hai? - Chiese Mistico.

- Cos'ho? Mi sono spenta, assieme alle telecamere.

- Ma come, dicevi che il reality, inteso come gioco, non ti interessava...

- Non mi interessava quando ne parlavo col pubblico, perché mi dava un tono, ma in realtà ci tenevo, esattamente come tutti voi.

- Abbiamo recitato, ma siamo anche stati noi stessi, solo che siamo stati poco di tutto - Rosilla era triste, con le sue piccole mani sotto il mento - deve essere stato proprio così. Paola, ma noi litigavamo o stavamo recitando?

- Non lo so, non capisco più nulla - Si voltò, Paola, in tempo per vedere Mistico avvicinarsi.

- Ragazze - disse quest'ultimo rivolgendosi a Paola, Rosilla e Marina - voi non avevate nessuna possibilità di arrivare in fondo, è chiaro che avrei vinto io. Quindi lasciatemi i vostri minuti durante la diretta del pomeriggio, sono il migliore e voglio la mia chance. Mi spetta di diritto. Di diritto, avete capito? Il pubblico deve imparare a conoscermi, la mia faccia è il futuro: fatevi da parte, ragazze, io sono Mistico!

 
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La fine ed il vento
04 ottobre 2006
Quel giorno, Gianco vide la fine.

Gianco correva forte, a cercare di fermarlo era l'affanno, ma quando usci dalla foresta e vide quel che vide a fermarlo fu il terrore.

Gianco era lì, solo, col mare davanti a se e con la foresta alle sue spalle. Quel mare così improvviso, senza una spiaggia per rassicurare gli animi, era infestato dagli squali, mentre dalla foresta si vedevano, in lontananza, le belve sopraggiungere.

- Per me è finita - disse a se stesso parlando nel vuoto - nessuno può salvarsi quando arriva qui. Io, io... perché sono arrivato qui? Ma perché? Ho fatto di tutto per evitarlo... perché?

Davanti gli squali, dietro le belve, sui lati le poche rocce senza speranza. Guardava, e si accorse che pensava non più a come salvarsi, suo pensiero ricorrente, ma solamente a come morire senza soffrire troppo. Come molti prima di lui in quella situazione, si chiedeva se fosse meno doloroso essere ucciso dagli squali piuttosto che dalle belve. Molti prima di lui morirono in quella stessa situazione, scegliendo da chi farsi prendere il corpo e l'anima.

- Si stanno avvicinando - si disse con voce tremula - le belve sono più vicine. Da chi? Da chi farmi finire?

Tremava Gianco. Ciò che mai avrebbe voluto accadesse, in quel momento era il suo presente.

- Meglio le belve, che ti uccidono subito, si, meglio loro. Gli squali ti staccano le gambe e ti lasciano lì.

Poveraccio, Gianco. Dover decidere la sua fine sulla base delle scene di tanti film uguali. Film visti nella sua vita.

- Deciso. Che siano le belve. E spero facciano presto - urlo nervoso al vento. Il vento, proprio lui, amato e odiato, proprio lui, che in quel momento ascoltò la sua disperazione, proprio lui che gli rispose, avvolgendolo di aria dolce. Gianco d'istinto guardo in alto. Vide il cielo sopra di lui. Il cielo era sopra di lui. Lui lo vedeva. C'era. Sicuro che c'era. Sentì di nuovo il vento che lo chiamava. Fu in quel momento che ebbe un pensiero assurdo, ma meraviglioso. Si tolse di dosso tutta la zavorra che portava con se, doveva servire a difendersi dalle possibili insidie, poi apri le braccia e si fece prendere dal vento.

- Vento, portami via - il vento lo prese, e lo alzo da terra. Capì in un istante che esisteva un'altra possibilità, lui si sarebbe salvato, lui si era elevato in volo. Sotto di lui le belve, ormai giunte a ridosso delle rocce che formavano quei piccoli scogli, e gli squali, che del mare erano il terrore.

- Forse sto scappando - si disse, sempre a voce alta, vergognandosi un po - o forse no. Certo che no! Io sto volando, questa è un'altra strada che prima non vedevo. Il cielo era lì, azzurro e terso: e lui era nel cielo, sollevato da quel lembo di terra, risparmiato da quella fine che pareva inevitabile.

- Grazie vento, mi hai fatto trovare la strada che non va avanti e non va indietro, mi hai fatto trovare la strada che sale, una direzione che non immaginavo più.

Guardò in basso, e pensò alla frase di quel lontano professore, che lui da giovane ascoltava: "Quando non troverete soluzioni, cominciate a vedere quelle che non avevate considerato".

 
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Non sprecare quella lacrima!
23 settembre 2006

Il giornalista televisivo Danny Mascaro era stato molto in gamba. Per molti minuti, quasi quaranta, aveva intrattenuto quella povera donna, travolta dagli eventi e dalla tragedia che si stava consumando, senza farle versare una sola lacrima: questa sarebbe servita all'arrivo delle telecamere, che però stavano ritardando. Troppo. Ma poi finalmente arrivarono, ed il giornalista fece la domanda giusta alla donna, giusta per farla piangere.


Prima dell'arrivo della truppe televisiva, Mascaro era stato contattato dal regista della squadra esterni, che si era molto raccomandato con lui.

- Non farla piangere, aspettaci. Ricorda, la prima lacrima è quella migliore, quella che emoziona, che scende su di un viso ancora asciutto. La prima lacrima non può mancare, evocativa e dolce, anche se nata dalla tragedia.

- Certo, lo so. Sto attento.

- Ricorda il nostro motto: "non sprecare quella lacrima!", bene, stiamo arrivando.


La prima lacrima comparve sotto l'occhio destro della donna, veloce il cameramen reimpostò l'inquadratura, ora quella goccia disperata era la sola protagonista. Sola sullo schermo, sola nella mente del regista, sola nel vuoto. Ma scendeva troppo forte, "no!" pensava, non poteva durare così poco. Il regista amava quella lacrima, a dire il vero ne aveva amato tante altre, e voleva gustarla a lungo. Nel montaggio delle riprese da inviare in tv, rallento ad arte la scena, sfocò leggermente il viso sullo sfondo focalizzando l'attenzione solo su di lei, aumentandone così la drammaticità. "Bella, bella lacrima, bella emozione per tutti" - pensava - "spero piangeranno in molti, la scena madre di tutto il servizio è questa... si! Non c'è dubbio.”

- Questa è la tv che vogliono! – disse entusiasta ad alta voce.

 
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A casa del telespettatore
08 settembre 2006

Una sera, in salotto... da non credere.


- Toch! Toch!

- Ma... cosa succede... no, non è possibile!

- Stiamo solo uscendo da qui, non vede? Non si spaventi.

- No, vi prego, non può essere. Tornate dentro... no, cosa fate?

- Cosa facciamo? - rispose il presentatore Risentini uscendo dallo schermo - facciamo che ora le teniamo compagnia, qui, in super diretta a casa sua.

- Ma siete impazziti?

- Certo che no.

- Si, ma... voglio dire... Aiuto! Cosa fate sul mio divano?

- Facciamo quello che fai tu ogni sera... - disse Gottarlo, presenzialista televisivo.

- Ci sediamo e guardiamo - aggiunse Risentini.

- Certo, ma io vi guardo per TV - prese fiato - ed è normale, ma voi dovete starvene lì dentro.

- E invece adesso stiamo fuori, qui da te!

- Seduti nel tuo salotto - aggiunse la showgirl Pimina Pimelli.

- E ti vuotiamo il frigo - la fuoriuscita dal reality estremo "Fuga dalla civiltà", tale Gemma Cortini, era giustamente affamata.

- Fermi tutti. Un attimo, facciamo chiarezza: io stavo guardando lo show di "Fuga dalla civiltà", è vero, e mi divertivo a vedervi in TV. Ma se vi interessa, ora non mi diverto per nulla a vedervi qui. Mi fate quasi impressione!

- Sei bello tu... - ribatte Pimina Pimelli.

- Insomma, tornatevene da dove siete venuti, forza, dentro la TV, dentro la vostra casa.

- Non ti arrabbiare, quello lo facciamo già noi, e molto meglio di te - disse con voce impostata Gemma la reduce - noi volevamo vedere chi eravate, chi era il nostro pubblico.

- Bene, ora che mi avete visto tornate lì dentro, coraggio.

- Non hai un panino al salame?

- No! Mangi domani, stasera sei uscita dal reality, domani mangi. E se lo vuoi sapere, sono contento che ti abbiano eliminata.

- Come, contento! Risentini, hai sentito? Non accetto queste prese di posizione. Ora lo spettatore che ha parlato deve spiegare il perché del suo odio assurdo e ingiustificato nei miei confronti. Dai, chiedigli un motivo, mi basta che trovi un solo motivo, uno solo, se ci riesce. Dai, chiediglielo, dai...

- Haaooo! Io sono in casa mia, non sono spettatore. Voi siete fuori luogo, forza, su dal mio divano e andare.

- Forse non siamo apprezzati - commentò Gottarlo, il presenzialista dei talk show.

- Ma se rientriamo cambi canale? - chiese la Laveroni, critica televisiva, esperta in reality.

- E' la prima cosa che faccio.

- Allora non entriamo, no, no e poi no, non entriamo se cambi canale. Te lo scordi, non entriamo per niente - Pimina Pimelli era decisa a resistere.

- Va bene, non cambio.

- Sicuro?

- Sicuro, caro Risentini.

- Mi fido di lei?

- Sono io che non mi fido di voi.

- Hai sentito, non si fida di noi - la bionda Gemma ora pareva addirittura più nervosa che affamata - Ti ho fatto qualcosa, dimmi, ti ho forse fatto qualcosa? Ho detto parole che ti hanno disturbato? Siii? Ma guarda, il signorino è disturbato! Dov'è la telecamera? Fatemi un primo piano su questa mia faccia, che si vedano i miei occhi, fate trasparire la mia onestà... io non mi faccio prendere per le orecchie.

- Ma qui non ci sono telecamere. - Risentini la guardava con plastica preoccupazione.

- Non-ci-sono-telecamere? - Gemma Cortini fu colta di sorpresa da questa terribile rivelazione - Ma come... aiuto! Non respiro! Fate qualcosa, nooohhh... torniamo la dentro. Risentini, sei sicuro? Vieni con me, torniamo... vieni, vieni a farmi domande... tante domande. Cara Laveroni, stroncami in diretta, fammi litigare con qualcuno. Non respiro. Ma cosa siamo venuti a fare da questo tipo qui, se non ci sono telecamere? - in preda al panico si tuffo nella TV.

Guardarono la scena, gli altri. Alcuni di loro cominciavano a respirare con difficoltà, con passo veloce tornarono tutti verso lo schermo e vi rientrarono.

- Chi sapeva che non c'erano telecamere? - chiese Pimina arrabbiata mentre rientrava dentro allo schermo - mi avete preso in giro, ecco cosa avete fatto. Sei stato tu, vero?

Risentini non rispose alla show girl, era preoccupato, temeva di perdere lo spettatore. Quel pensiero lo fece girare verso il salotto, e prima di rientrare completamente nello schermo, pronunciò l'ultimo accorato invito.

- La prego, caro telespettatore, non cambi canale.

 
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In viaggio per Happy Land
26 agosto 2006

Da una storia vissuta da Linda e Samuel.


- Sono pronte le valigie?

- Chiuse e strapiene.

- Hai messo tutto?

- Sì. Dentro c'è niente di tutto.

Eravamo emozionati all'idea di metterci in viaggio. La valigia era pronta, dentro gli affetti più cari, le certezze, la gioia e la tranquillità.

Il treno ci aspettava sul binario, pronto a ripartire. Saliti in carrozza salutammo coloro che erano già lì, avendo iniziato il viaggio dalla prima stazione. Dopo la loro e la nostra ce ne sarebbero state ancora molte, di fermate. Avremmo così avuto il tempo per ambientarci e conoscere gli altri partecipanti, anche se il cammino sarebbe stato molto lungo. Comunque si sa, non è semplice raggiungere happy Land.

- Guarda, Linda, guarda la fuori...

- Dove, Samuel?

- Là, sul marciapiede.

- Ma sono un gruppo di soldi, cosa ci fanno lì?

Eravamo giunti alla prima stazione dopo la nostra. Noi non scendemmo dal treno, anche se la sosta si prospettava lunga. In molti lo fecero, ma non tutti risalirono.

Dal finestrino vedevamo soldi in gruppi, piccoli e grandi, che adescavano i passanti...

- Sempre uguali, questi soldi! - commentò Daniele.

- Fingiamo di non vederli, non si sa mai... - aggiunsero Samuel e Rosy.

Ancora viaggio, poi ancora una stazione, dove scendemmo anche noi. Incontrammo domande: impertinenti e sfrontate. Dalla banchina facevano bella mostra di se, ci guardavano e si proponevano.

- Fatele tacere, basta! - urlò una signora appena salita.

- Sempre addosso, trovate una soluzione - aggiunse Marino, un uomo di mezza età salito alla prima stazione.

Molti non sopportavano quelle domande, alcuni forse le avevano già conosciute prima di partire.

La stazione successiva era in campagna. Era molto bello il paesaggio, e quindi scendemmo tutti per fare una passeggiata. Vedemmo alberi verdi con frutti gialli, alberi gialli senza frutti verdi, alberi soli, frutti perduti.

- Poveri alberi...

- Frutti ingrati - disse la signora Lucia al marito, che annuì con un cenno del capo.

Ad ogni fermata salivano nuove persone, ma altre, tra quelle scese per la pausa, non tornavano. A coloro che sempre risalivano questo non piaceva.

Ancora lungo il nostro cammino ci trovammo, alla fermata successiva, di fronte ad immagini: tante immagini. Allegre e gioiose, ma anche tristi ed arrabbiate. “Che vigliacche, queste immagini” pensavano in molti “non si fanno certo problemi a mostrarti tutto ciò che sono.

- Chi si credono di essere, per fare così!

- Cosa pensano, che siamo stupidi. Propongo di protestare.

- Giusto, facciamoci sentire - giungevano molte voci dal fondo della carrozza.

Riprese il viaggio, fino al nuovo stop. Anche lì c'era tempo per una pausa, scendemmo ed incontrammo saggezza.

- Bisogna fare attenzione, molta attenzione - disse a tutti i presenti Linda - perché saggezza si manifesta in fretta e a fuggire è un lampo.

Ecco arrivare alcuni gruppi di soldi, ci distraemmo, la saggezza era già fuggita.

- E' già andata, neanche il tempo di vederla...

- Neppure il tempo di capirla - aggiunse un signore affranto.

- Il treno riparte, la fermata è stata troppo breve... - commento Samuel.

Proseguimmo, c'erano delle montagne da superare, in mezzo una stazione. Tutti a terra, per una passeggiata rinfrancante. Oltre la strada si trovavano alcune panchine a forma di sdraio, poste direttamente su di un baratro. Pensavamo di sederci, anche perché ci chiamavano convinte. Forse non c'era pericolo, eravamo indecisi, poi chissà come mai andammo oltre.

- Chissà che paesaggio, da quelle panchine a sdraio.

- Meglio non fidarsi, come ti distrai cadi.

- Davvero? - la signora Lucia chiese conferma a Rosy.

- Sì, certamente - rispose lei.

- Vuoi vedere che qualcuno ci casca?

Dopo le montagne si tornò in pianura. Poco dopo una grande stazione. Nella piazza antistante incontrammo un gruppo di idee, senza saperlo ci fecero pensare. La più giovane ci sorrise, la più vecchia ci osservò. " Piaciamo a tutti, ci accarezzano, ma nessuno ci prende" pensava la più giovane, guardandoci mentre ci allontanavamo.

- Non erano male, però!

- Si, ma noi non abbiamo tempo..., dobbiamo risalire sul treno per arrivare ad Happy Land - disse sicuro Marino, quello salito alla prima stazione.

- Ma Happy Land dov'è? - chiese un passante.

- Happy Land? Perché, qualcuno deve andarci? - commentò stupita una ragazza che stava dirigendosi verso la stazione.

Si percepiva una certa apprensione, in carrozza, durante il proseguimento del viaggio. Alla fermata successiva salirono alcuni ragazzi, non guardarono nessuno e non si sedettero.

- Non ci hanno fatto storie per salire - disse uno di loro agli altri - non ci hanno chiesto nulla.

- Meglio, non sopporto le domande - rispose un'altro.

- Ma voi sapete dove stiamo andando? - chiese un signore ai ragazzi.

- Perché, stiamo andando da qualche parte? - ribatterono alcuni di loro.

- Certo, stiamo andando ad Happy Land!

Il ragazzo che aveva parlato per primo guardò il signore seduto, senza rispondergli. "Dove vuoi andare, seduto su quella poltrona" pensò, poi si rivolse sottovoce agli amici.

- Pensiamo alle nostre cose e guardiamoci intorno. Tanto noi scendiamo presto.

- Salite su un treno e non volete sapere dove va? - intervenne Marino.

- Il treno sa dove andare, a noi basta così...

- Vi mettete in viaggio senza una meta? Noi sappiamo benissimo dove stiamo andando - Marino si alzò dalla poltroncina.

- Va bene, va bene..., sapete dove vorreste andare, ma tanto da lì seduti non ci arriverete mai.

- Può essere, ma come vedi, io mi so ancora rialzare.

- Vedo, ma vedo anche gli altri. Quanti di questi viaggiatori faranno altrettanto?

Marino volse lo sguardo in più direzioni, in pochi istanti capì che nessuno si sarebbe alzato. Guardò davanti a sé.

- Mi dispiace per lei, signore – concluse il ragazzo.


 
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La barchetta di Ramon
01 agosto 2006
Da un mio recente viaggio in un luogo di mare:

- Buongiorno, - mi disse. Il ragazzo era di buon'umore, - oggi il tempo è buono, finalmente posso prendere il mare.

- Dove vai? - Gli chiesi.

- Lontano, vado lontano..., - rimase pensieroso qualche istante, - ti piace la mia barchetta?

- Si, mi piace. - In realtà era una banalissima vecchia barca, regalatagli dallo zio per farsi esperienza col mare, ma non lo volevo deludere.

- La mia barchetta e bellissima, - disse orgoglioso. - E' una barchetta di legno e di sogni.

Ero al mare da una decina di giorni, per vacanza, e tornando dal caffè sulla spiaggia vedevo ogni giorno Ramon, il figlio del fruttivendolo. Io sguardo sempre sul mare, la barchetta sempre sulla riva. Quel giorno il tempo era buono, ed il padre lo avrebbe lasciato andare.

- Vai Ramon, - gli disse, - ma ricordati di essere prudente.

- Vado. Non avere paura.

Si allontanò puntando al promontorio più lontano, quello che separava l'insenatura dal mare aperto. Lo Raggiunse e lo superò di poco, poi si fermò. " Ti prego, amico mare, fammi sentire la tua voce", pensò. Rimase in silenzio, seduto. Non era stato facile, per lui, essere lì. Il padre lo lasciava andare solo col mare calmo e sicuro: aveva 16 anni.

- Ti prego, mare, fammi sentire la tua voce -, urlò. Ma nei giorni di bonaccia egli parlava poco. Il mare si ascoltava bene quando era agitato, ma in quel caso Ramon non avrebbe potuto essere lì ad ascoltare.

- Fammi sentire il tuo respiro, il tuo frusciare sugli scogli, raccontami le leggende che tu solo sai, ti prego... - Il ragazzo aveva affinato l'udito, e anche se c'era calma riusciva a sentire molte parole del suo grande amico. Lo ascoltava, ma poi gli parlava, anche lui aveva cose da dirgli. Dialogavano, come fanno tutti gli amici.

"Adesso dormiamo, che questa sera dovrò lavorare forte, arriva il vento" Ramon sentì il mare dirgli queste parole. Ne era certo che le avesse dette. Si addormentò. Gli piaceva abbandonarsi così, cullato dal mare.


Erano passate quattro ore e Ramon ancora dormiva. Fu svegliato dalle voci che arrivavano dalla barca dello zio.

- Ramon, cosa fai? c'è mare mosso e tu dormi? - Domandò agitato il padre, - torniamo a casa. - Erano le 20:00 circa, io vidi la scena dal fianco del promontorio, dove era la mia casa di legno, all'interno del villaggio turistico.

- Non avere paura! non devi avere paura, - rispose il figlio. Lo zio agganciò la barchetta e tornarono a riva. Scesero dalle barche in silenzio, allo stesso modo tornarono a casa.

- Ti sentivi male? Non dirmi che stavi solo dormendo!

- Stavo vivendo, stavo vivendo col mare. - Guardò il padre qualche istante, poi si fece coraggio, - io parlo col mare, è mio amico. - Il padre lo guardò e non disse nulla, lui non capiva quelle parole. Non amava molto il mare, era diverso dal fratello, che aveva la barca e la usava ogni volta gli fosse possibile, che aveva regalato la barchetta al nipote, e gli aveva insegnato come usarla.

- Non capisco cosa dici, - rivolgendosi a Ramon, - ma sono deluso. Non si può rischiare così. Basta con la barca. Basta.

- Non fare così, dai... - disse lo zio al padre, che però se ne andò senza voltarsi.


- Il tempo sistema tante cose, - gli dissi la mattina dopo, quando lo vidi e mi parlò della punizione, - sistemerà anche questa.

- Mio padre è molto arrabbiato, molto. Lui non capisce il mare.

Non so perché mi raccontasse quelle cose, mi conosceva solo da dieci giorni. Forse, essendo io cliente del negozio del padre, sperava in una mia parola favorevole. Anche quel mattino se ne stava al solito posto, e guardava il mare.

- Tu sei molto amico del mare, vero? - Gli chiesi, - conosci i segreti del suo linguaggio, tu parli col mare? - Ramom non disse nulla, ma gli scaturì un piccolo sorriso.

- Cosa le servo oggi? - Mi chiese il padre appena entrai in negozio. Poi, senza attendere una mia risposta, continuò - Ho visto che parlava con Ramon, le ha detto cosa a combinato ieri?

- Si, mi ha detto..., - risposi mentre notavo che mi scrutava attentamente, - sa una cosa, anche mio figlio fa qualche piccola pazzia, già ora che ha solo nove anni, chissà cosa farà a sedici.

- Ma lui si è messo in grave pericolo...

- Ricordo che anch'io da giovane, in un giorno di mare forte, commisi un'imprudenza del genere di quella di Ramon: mi distrassi mentre nuotavo, allontanandomi troppo dalla riva, sa, c'erano grandi onde ed io stavo parlando col mare... fortunatamente fui salvato.

- Ma allora, mi perdoni ,da giovane era così sciocco anche lei, da parlare con dell'acqua salata?

- Ero un ragazzo...

- Io non ho mai fatto sciocchezze, - commentò diventando serio, - io ho iniziato a lavorare a quattordici anni. Ramon può pensare a quelle stupidaggini perché non deve guadagnarsi da vivere. - Da serio divenne improvvisamente triste.

- Ramon è un ragazzo fortunato, ha un padre che conosce il valore delle cose. Suo figlio ama il mare, e tenta di dare valore ai suoi sedici anni...

- Mi dica cosa posso servirle, via, che altrimenti le faccio far tardi con le mie chiacchiere, tanto sono vecchio per capire. Io vorrei solo vederlo felice.

Uscii col sacchetto della spesa, Ramon mi raggiunse sulla strada sorridendo.

- Ho sentito quello che dicevate, davvero da ragazzo parlavi col mare?

- No, Ramon, non ho mai parlato col mare, io abito lontano. Pensa, non so neppure nuotare.

- Dici davvero? - Domandò guardandomi stupito.

- Sì, però sono sicuro che sia bellissimo, parlare col mare..., e tu sai farlo. Sei forte. E forse tuo padre cambierà idea.

Guardo l'orizzonte, il ragazzo, guardò orgoglioso il suo grande amico.

- E' vero, è veramente bellissimo, come bellissima è la mia barchetta. Una barchetta di legno e di sogni.

 
| Scrivimi | posted by Adry at 11:40 | Permalink 2 commenti
Apertura Blog
30 luglio 2006
Un saluto a chi legge questo post.

Sono Adry e questo è il mio blog di parole.

Le parole possono descrivere una storia. A tutti noi capita di assistere a vicende che ci emozionano. Storie che non devono essere per forza vere, l'importante è che siano vive. Spero lo siano quelle che racconterò sul blog.
 
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