Gianco

Correva forte, a cercare di fermarlo fu l’affanno, ma quando uscì dalla foresta e vide quel che vide a fermarlo fu il terrore: quel giorno, Gianco vide la fine.

Si trovò lì, con quel mare davanti a sé e con la sua foresta alle spalle. Un mare improvviso, senza una spiaggia per rassicurargli l’animo e pieno di squali, mentre dalla foresta si vedevano, in lontananza, le belve sopraggiungere.

– Per me è finita – disse nel vuoto. – Nessuno può salvarsi quando arriva qui. Io, perché ci sono arrivato? Ma perché? Ho fatto di tutto per evitarlo, come è stato possibile?

Davanti gli squali a filo dell’acqua, dietro le belve sul far della foresta, sui lati le rocce che chiudevano ogni speranza di fuggire dai lati. Non vide altro, nessun albero per arrampicarsi o qualche anfratto per nascondersi. Nulla di nulla, guardò ancora una volta senza immaginare un futuro, capì che stava pensando non più a salvarsi, sua preoccupazione ricorrente, ma solo al modo per morire senza soffrire troppo. Come molti prima di lui in quella situazione, si chiese se fosse meno doloroso essere ucciso dagli squali piuttosto che dalle belve. Doveva scegliere da chi farsi prendere il corpo, decidere chi gli avrebbe spezzato l’ultimo respiro.

“Quanto tempo ho passato a nutrire le mie paure? E ora le ho davanti! Se avessi rincorso i sogni, ora sarei felice?” ma era un pensiero fuori tempo massimo, che lasciò posto alla disperazione della sua voce.

– Si stanno avvicinando – esclamò – le belve sono più vicine. Da chi? Da chi farmi finire?

Il fremito impazzito delle gambe lo rese inerme. Ciò che mai avrebbe voluto accadesse, in quel momento era il suo presente.

– Meglio le belve, che ti uccidono subito, sì, meglio loro. Gli squali ti staccano le gambe e ti lasciano lì.

Povero Gianco. Dover decidere la sua fine sulla base delle scene di tanti film uguali. Film visti nella sua vita.

– Deciso. Che siano le belve. E spero facciano presto – urlò stizzito al vento.

Il vento, proprio lui, amato e odiato, che in quel momento ascoltò la sua disperazione. Proprio lui, che gli rispose, avvolgendolo di aria dolce. Gianco d’istinto guardò in alto. Vide il cielo sopra di lui. Sì, il cielo era sopra di lui. Lo vide. C’era. Sicuro che c’era. Sentì di nuovo il vento chiamarlo. Fu in quel momento che ebbe un pensiero assurdo, ma meraviglioso. Si tolse di dosso tutta la zavorra che portava con sé: valigetta troppe ore, laptop e smartphone, carte magnetiche e pesanti fogli, malvagi rubatempo, chiavi e codici, rancori e vendette, discorsi e scuse, scarpe belle ma strette. Dovevano servirgli a difendersi dalle insidie dell’esistenza. Quando fu tutto a terra aprì le braccia e si fece prendere dal vento.

– Portami via – sentì un soffio più forte avvolgerlo, che lo alzò da terra. Capì in un istante che esisteva un’altra possibilità, lui si sarebbe salvato, si era elevato in volo. Sotto di lui vide le belve, ormai giunte a ridosso delle rocce, e gli squali, che di quel mare erano il terrore.

– Forse sto scappando – si chiese a voce alta, vergognandosi di sfuggire dal destino e dalle responsabilità – o forse no. Certo che no! Io sto volando, questa è un’altra strada che prima non vedevo.

Il cielo era lì, azzurro e terso: e lui era nel cielo, sollevato da quel lembo di terra, risparmiato da quella fine che pareva inevitabile.

– Grazie vento, mi hai fatto trovare la strada che non va avanti o indietro, ma che sale, una direzione che non immaginavo più. – Urlò felice, Gianco. Urlò nel vento.

In quel momento ricordò un periodo lontano, vissuto prima del tempo delle angosce, quando sapeva percorrere tutte le direzioni, e non solo le strade verso le sicurezze o verso le paure.

Mentre volava, gli parve di sentire la voce di Johnny, il suo collega d’ufficio, che lo stava chiamando.

“Allora sto sognando, sono in ufficio e me la dormo!” fu il suo pensiero. “Uno dei miei soliti sogni a occhi aperti”. Pensò che si sarebbe svegliato in fretta, ma non accadde. “Sento il vento sulla pelle del viso e delle mani, vedo la terra e il mare sotto. Quindi sono sveglio e sto veramente volando”.

Di nuovo sentì la voce chiamarlo: “Non capisco, sono in ufficio o temo di essere in ufficio?”

Si guardò attorno, il cielo era con lui mentre si librava in volo, il vento lo rinfrancò: “Ho pensato fossero ancora sogni vividi, ma questa volta no. Ora finalmente è una splendida realtà!”

Il cielo era lì, azzurro e terso: e lui era nel cielo, sollevato da quel lembo di terra, risparmiato da quella fine che pareva inevitabile.

– Grazie vento, mi hai fatto trovare la strada che non va avanti o indietro, ma che sale, una direzione che non immaginavo più. – Urlò felice, Gianco. Urlò nel vento.

In quel momento ricordò un periodo lontano, vissuto prima del tempo delle angosce, quando sapeva percorrere tutte le direzioni, e non solo le strade verso le sicurezze o verso le paure.

Mentre volava, gli parve di sentire la voce di Johnny, il suo collega d’ufficio, che lo stava chiamando.

“Allora sto sognando, sono in ufficio e me la dormo!” fu il suo pensiero. “Uno dei miei soliti sogni a occhi aperti”. Pensò che si sarebbe svegliato in fretta, ma non accadde. “Sento il vento sulla pelle del viso e delle mani, vedo la terra e il mare sotto. Quindi sono sveglio e sto veramente volando”.

Di nuovo sentì la voce chiamarlo: “Non capisco, sono in ufficio o temo di essere in ufficio?”

Si guardò attorno, il cielo era con lui mentre si librava in volo, il vento lo rinfrancò: “Ho pensato fossero ancora sogni vividi, ma questa volta no. Ora finalmente è una splendida realtà!”

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